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lunedì 22 agosto 2022

Darya Dugina, com'è morta la figlia dell'ideologo di Putin: «La bomba azionata a distanza». Le prime ipotesi

Com'è morta Darya Dugina, giornalista e politologa e figlia dell'ideologo di Vladimir Putin, Alexander Dugin, e chi l'ha uccisa? Sui media russi oggi emergono nuovi particolari sulla morte della donna, che ha perso la vita nell'esplosione della propria auto a Bolshiye Vyazemy, nella periferia di Mosca. Secondo quanto afferma la polizia russa - citata dall'agenzia Tass e ripresa dal quotidiano Izvestija - la bomba installata sull'auto della Dugina sarebbe stata innescata a distanza. «Ora è stato accertato che la bomba sull'auto di Dugina è stata innescata a distanza. Presumibilmente, l'auto è stata monitorata e il suo movimento è stato seguito», ha detto una fonte della polizia.

L'obiettivo era il padre Alexander
L'auto sulla quale viaggiava Dugina era una jeep di proprietà del padre: è presumibile che il vero obiettivo dell'attentato non fosse dunque Darya, ma suo padre Alexander, da tempo ritenuto uno dei politologi più vicini al presidente russo Putin, e con qualche legame anche con i leader populisti nei Paesi occidentali. Per il momento, affermano i responsabili delle indagini, si seguono «tutte le piste» sui possibili mandanti ed esecutori dell'attentato: ma fonti filorusse e alcuni media governativi hanno già puntato il dito contro l'Ucraina, che ha risposto negando ogni coinvolgimento.

Padre e figlia dovevano rientrare dalla tenuta di Zakharovo, sede di un convegno sul tema della 'tradizione' al quale sabato sera era intervenuto il filosofo. Inizialmente, hanno raccontato i testimoni, i due avevano deciso di rientrare a Mosca sulla stessa automobile, ma all'ultimo momento c'è stato un cambio di programma: il padre Alexander è salito su un'altra vettura e Darya si è messa alla guida di una Toyota Landr Cruiser per far ritorno da sola nella capitale. Cinque minuti dopo, l'esplosione, mentre l'auto percorreva l'autostrada Mozhaisk a tutta velocità nei pressi del villaggio di Bokshiye Vyazemy, 20 chilometri a ovest di Mosca. Residenti locali hanno riferito che la vettura ha preso fuoco mentre era ancora in corsa per poi schiantarsi contro una barriera.

Le prime immagini diffuse sui social hanno mostrato le fiamme, frammenti dell'auto sparsi sull'asfalto e un uomo, apparentemente lo stesso Dugin, accorso sul luogo della tragedia, che osserva la scena con le mani tra i capelli. Gli investigatori parlano per ora solo di un omicidio «premeditato su contratto». Ma non si sbilanciano né su chi possano essere i sicari né, soprattutto, i mandanti. Denis Pushilin invece, capo dell'autoproclamata repubblica di Donetsk, nel Donbass, ha apertamente accusato Kiev, definendo i dirigenti ucraini «vigliacchi infami» e «terroristi».

Per il suo sostegno pubblico all'operazione militare russa, Darya Dugina, come il padre, era oggetto di sanzioni varate dalle autorità americane e britanniche. Secondo Londra, Darya era «una fautrice di alto profilo della disinformazione» di Mosca. Mentre il Dipartimento del Tesoro americano la indica come caporedattore del sito United World International, che gli stessi Usa ritengono sia di proprietà di Yevegny Prigozhin, stretto alleato di Putin. Dopo essersi laureata alla facoltà di Filosofia dell'Università statale di Mosca, Darya Dugina aveva cominciato a collaborare con media filogovernativi impegnati nel sostegno all'immagine del governo russo all'estero, tra cui la televisione Russia Today. Aveva inoltre fornito contributi a siti conservatori sotto lo pseudonimo di Darya Platonova.

Alexander Dugin, chi è il politologo vicino a Putin
«Una guerra santa contro l'Anticristo e il satanismo» rappresentato dal «moderno sistema di valori occidentali»: Alexander Dugin ha definito così l'invasione russa dell'Ucraina, «una questione di essere o non essere» che la Russia farà di tutto per vincere, «anche fino a una collisione nucleare». In Occidente si è guadagnato l'appellativo di 'Rasputin di Putin', o anche di 'cervellò dello zar, perché nei discorsi del leader del Cremlino le parole d'ordine di Dugin sono sempre più frequenti. A cominciare dal concetto di 'Nuova Russia' per indicare i territori ucraini da «liberare», oppure i ripetuti richiami all'ortodossia russa che lo zar sbandiera facendosi immortalare in chiesa e presentandosi come paladino della cristianità e della tradizione.

Non mancano le sortite in Italia del filosofo padre della 'Quarta Teoria Politica' (scavalcando fascismo, comunismo e liberalismo) che nel 2018 ha benedetto il governo gialloverde. «Ha vinto Salvini, che con le sue felpe e le sue magliette ha contribuito a far smetter di demonizzare il populismo, e anche i Cinque Stelle. Insieme a loro ha vinto il popolo, in questa nuova lotta contro le élite per ritrovare la propria identità», disse allora. La «grande simpatia» per il leader leghista, che Dugin aveva intervistato a Mosca nel 2016, è però durata poco. «La sua trasformazione in senso atlantista e liberale è un peccato, perché ha perduto la dimensione del vero populismo», commentò Dugin un paio di anni fa, deluso per «l'influenza della destra liberale Usa su Salvini». In una delle ultime uscite il nuovo Rasputin aveva indicato in Giorgia Meloni la nuova favorita, per le sue critiche alle misure anti-Covid e la distanza «dalle politiche fallimentari del globalista e liberale Draghi»: «Ho un presentimento, si farà strada», il vaticinio.

Dugin, 60 anni, figlio di un ufficiale dell'intelligence sovietica, arrivò alla ribalta delle cronache russe all'inizio degli anni '90, in pieno disfacimento dell'Urss. All'epoca scriveva sul quotidiano di estrema destra Den, dove nel 1991 pubblicò il suo manifesto: 'La grande guerra dei Continenti'. Teorizza che la Russia sia «un'eterna Roma» che ha il compito di combattere il materialismo e l'individualismo dell'Occidente, «eterna Cartagine» da radere al suolo. Poi fondò il partito nazional-bolscevico, assieme al rocker della letteratura russa Eduard Limonov, un mix di elementi ideologici fascisti e comunisti per superare entrambi. Tanto che la bandiera dell'organizzazione era una falce e martello in un cerchio bianco su sfondo rosso, una sorta di svastica comunista insomma.

Nel 1997 il suo 'The Foundations of Geopolitics: The Geopolitical Future of Russià diventa un bestseller, così popolare da essere venduto anche nei supermercati. Indica, aprendo la strada agli ingegneri del caos, gli strumenti per destabilizzare l'Occidente, Stati Uniti in testa: disinformazione e soft power. «L'Eurasia e il cuore della Russia rimangono teatro di una nuova rivoluzione. Il nuovo impero euroasiatico verrà costruito sulla base del principio fondamentale del nemico comune: il rigetto dell'atlantismo, del controllo strategico americano, il rifiuto di consentire ai valori liberali di dominarci», scriveva.

Nel 2002, due anni dopo l'ascesa di Putin al Cremlino, battezza la nascita del partito 'Eurasia', che attira molti esponenti dell'entourage del nuovo zar. Nel 2014 è in prima linea nel sostegno ai separatisti filorussi del Donbass, ma i suoi proclami incendiari sono giudicati all'epoca eccessivi, soprattutto quando fa appello al «massacro» degli ucraini, e gli costano un ruolo prestigioso all'Università statale di Mosca, dalla quale viene cacciato. Ciononostante, Dugin diventa ospite fisso dei talk-show in tv, la prova secondo molti dell'ampio consenso di cui gode ai piani più alti del Cremlino.

sabato 4 giugno 2022

Ragazzine molestate sul treno da Gardaland, l'ipotesi choc: «Sono gli stessi della maxirissa a Peschiera»

Il terribile caso delle molestie sessuali ad un gruppo di ragazzine di 16-17 anni sarebbe legato ad un'altra vicenda preoccupante, quella della maxirissa a Peschiera del Garda. L'ipotesi choc viene dal sindaco di Castelnuovo del Garda, Giovanni Dal Cero, che non ha dubbi: secondo lui «gli autori delle aggressioni ai danni di un gruppo di adolescenti che stava tornando a casa in treno da Peschiera del Garda, dopo una giornata trascorsa a Gardaland, facevano parte molto probabilmente, anzi sicuramente, dei ragazzi protagonisti il 2 giugno della maxi rissa avvenuta sul lago di Garda».


Proprio la località veronese di cui Dal Cero è primo cittadino è rimasta coinvolta insieme a Peschiera nei tafferugli che hanno avuto per protagonisti centinaia di giovani, molti dei quali minorenni. Il sindaco ricostruisce così all'ANSA l'accaduto: «L'altro ieri a Gardaland c'era il pienone. Le ragazze sicuramente al rientro hanno preso la navetta che dal parco di divertimento porta in stazione. Sul loro stesso treno sono salite alcune decine di ragazzi, ubriachi e fuori controllo, che avevano preso parte alla rissa».

Oggi la situazione è tornata tranquilla, con un nutrito contingente delle forze dell'ordine che presidia la stazione ferroviaria: pochissimi i ragazzi scesi dai convogli in arrivo, controllati a vista dalla Polizia per scongiurare nuovi atti di violenza. «Dopo l'annuncio che oggi sarebbero tornati per il secondo round - sottolinea Dal Cero - ci siamo organizzati per bene. C'è un presidio del territorio in queste ore importante e imponente. A vigilare vi sono le forze dell'ordine e anche diversi carabinieri in congedo. Da noi non c'è stato l'arrivo di nessuno, avranno capito che oggi ci sarebbe stata una nutrita presenza dello Stato».

Sono decine i ragazzi identificati nelle ultime ore dopo la gigantesca rissa sul lago di Garda avvenuta tra Peschiera e Castelnuovo del Garda (Verona) il 2 giugno, durante un raduno convocato su Tik Tok, secondo quanto confermano fonti delle forze dell'ordine. Si tratta di giovanissimi, molti minorenni, arrivati non solo dal veronese ma anche da altre province del Veneto, ma soprattutto dalla Lombardia, fino a Milano.

Oltre a rissa aggravata, una delle accuse ipotizzate, cui si potrà dar seguito solo in seguito alla denuncia delle parti offese, è di danneggiamenti. I più scalmanati infatti sono saliti sulle auto in sosta, altri hanno travolto i plateatici. Durante l'assalto molti locali sono rimasti chiusi. «Siamo molto preoccupati - ha detto all'ANSA il sindaco di Castelnuovo del Garda, Domenico Dal Cero - perché episodi come questo sono già successi in passato, ma soprattutto lo siamo per il numero di giovani coinvolti ed in particolare perché il tam tam sui social ha annunciato un nuovo assalto per oggi.».

Il primo cittadino gardesano ha poi spiegato che molti dei ragazzi coinvolti erano privi di documenti. In vista di un possibile nuovo «raduno», il prefetto di Verona, Donato Cafagna, al termine del Comitato provinciale straordinario per l'ordine e le sicurezza pubblica ha annunciato un rafforzamento dei presidi di sicurezza, a cominciare dalla stazione ferroviaria di Peschiera del Garda, dove si concentra il maggiore arrivo di componenti di queste baby gang. Per tutto il fine settimana è entrata in vigore l'ordinanza sindacale che vieta di portare in spiaggia alcolici, bottiglie di vetro e anche casse per ascoltare la musica.

mercoledì 28 luglio 2021

«De Donno suicida perché lo hanno lasciato solo». E sul web si fa strada un'ipotesi choc

Ha sconvolto il web la notizia del suicidio di Giuseppe De Donno, l'ex primario di pneumologia dell'ospedale di Mantova che per primo aveva iniziato la cure del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune. Migliaia i commenti su Twitter già da ieri sera, quando è emersa la tragedia del medico: in tanti «accusano» il mondo della scienza di averlo lasciato «solo» nella sua battaglia.

«Troppe calunnie, insulti, irrisione dei colleghi da talk tv col sopracciò. Gli stessi che ci impongono il #greenpass» scrive la giornalista Mariagiovanna Maglie, mentre da Alessandro Meluzzi arriva un tweet agghiacciante: lo psichiatra e volto tv twitta la foto di un’infermiera con gli occhi coperti da una mascherina fatta da una banconota da 500 euro. «De Donno è morto perché non era uno di loro - scrive Meluzzi - ma non illudetevi, potete uccidere un uomo ma non le sue idee».

Tra gli utenti poi in tanti non credono all'ipotesi che il medico si sia tolto la vita e si spingono oltre: «Suicida? Siamo sicuri? Questa storia è inquietante e surreale» scrive Filippo. «Questo suicidio in realtà è un omicidio che ha mandanti ed esecutori conosciuti» calca la mano Massimo. «Dietro il presunto suicidio di #DeDonno c'è un uomo lasciato solo, un medico che aveva dedicato tutto alla sua cura e le sue ricerche» twitta Alex. A commentare la notizia, dubitando che si tratti di suicidio, molti cosiddetti mattonisti, gli utenti che hanno un mattone al fianco del proprio nome e che si riconoscono spesso nelle posizioni dei no vax.

mercoledì 7 aprile 2021

Le Iene, la mamma di Valeria Marini vittima di truffa? Il produttore: «Storia di sesso finita male, ti mando le foto nuda»

A Le Iene il caso della mamma di Valeria Marini, Gianna Orrù, presunta vittima di una truffa. L'83enne ha dichiarato di essere stata raggirata dal produttore cinematografico Giuseppe Milazzo Andreani, 49 anni. Lui parla invece di un'amante respinta e punta il dito contro la showgirl. L'uomo avrebbe proposto alla signora Gianna di investire del denaro in una piattaforma di trading per acquistare monete virtuali. Avrebbe così perso 330mila euro.

Le Iene, la mamma di Valeria Marini vittima di truffa 

«Io non faccio il broker faccio il produttore cinematografico, la signora Orrù lo sa benissimo è un’invenzione di Valeria Marini perché ce l’ha con me, stop», ha detto l'uomo a Le Iene che nel frattempo è  stato rinvito a giudizio per truffa aggravata dopo che si è avvalso della facoltà di non rispondere in tribunale. Secondo quanto sostiene dietro ci sarebbe una storia di sesso finita male: «La signora Gianna Orrù aveva una storia di sesso con me, è innamorata di me, siccome io non ci sono stato, allora lei si è inventato tutto... Ti mando pure i messaggi della signora nuda». A Le Iene ci sono documenti a sostegno della tesi di Gianna Orrù e nessuna prova da parte di Milazzo.

Le Iene, la mamma di Valeria Marini vittima di truffa 

Nella puntata l'inviato Filippo Roma ricostruisce la vicenda attraverso i messaggi recuperati dal telefono di Gianna Orrù per capire se si tratta di una vera truffa o di una storia di sesso che non è andata a buon fine. In uno dei messaggi vocali lui diceva: «Io nella mia vita non ho mai incontrato una donna come te nel senso che oltre a essere efficiente intraprendente in gamba in tutti i sensi non ho altri aggettivi da aggiungere anche se ne vorrei aggiungere altri mille quindi perfetto sei veramente in gamba».

«Olesya Rostova è un'attrice in cerca di visibilità»: l'ipotesi choc nel video su Instagram

«Olesya Rostova è solo un'attrice in cerca di visibilità»: l'ipotesi choc nel video su Instagram. Un'attrice pronta a tutto pur di arrivare alla fama ingaggiata dalla tv russa per interpretare la parte della bambina rapita alla ricerca della madre. Questa l'ipotesi choc avanzata in un video pubblicato su Instagram da uno youtuber russo.


«Olesya è un'attrice del mio reality su YouTube, lei mente. Non si gioca con i sentimenti delle persone», si legge nella didascalia del video pubblicato da roma_bler. «Ho un sacco di video in cui mi dice che è pronta a tutto per la popolarità, non lasciatevi ingannare», continua. 

L'influencer minaccia di andre in tv e mostrare tutte le prove in suo possesso a sostegno della tesi che Olesya Rostova, la ragazza che per alcuni potrebbe essere Denise Pipitone, la bambina scomparsa nel 2004 da Mazara del Vallo, altro non sarebbe che un'attrice senza scrupoli. Al momento, non si hanno altri particolari in merito e l'utente di Instagram potrebbe essere solo in cerca, a sua volta, di popolarità cavalcando l'onda di un caso mediatico che sta tenendo col fiato sospeso Russia e Italia, ma anche dividendo l'opinione pubblica. 

«Piera Maggio non si merita tutto questo». Twitter si è scagliata contro la trasmissione in possesso dei risultati del Dna della giovane Olesya Rostova. Al momento i risultati del test - almeno per gli spettatori - rimangono un mistero che sarà svelato nel corso della prossima puntata in onda oggi. Puntata alla quale l'avvocato di Piera Maggio ha deciso di partecipare dopo aver ricevuto una comunicazione dal legale di Olesya sugli esami del sangue sui quali, però, vige un embargo. Troppo in ogni caso per gli utenti del social, che ora accusano il programma di "speculare sul dolore di una famiglia", di aver "messo in scena una truffa", "una montatura" e "una buffonata", e di "spettacolarizzazione che supera addirittura quello di alcune trasmissioni italiane".


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