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domenica 14 agosto 2022

Chiude il bar ma dimentica la porta aperta. La mattina dopo trova una «sorpresa» sul bancone

Anca Nicoleta Scolareanu, giovane romena titolare del bar Belvedere in piazza Angeletti di Sant'Angelo a Pontano (provincia di Macerata), come ogni sera ha chiuso il suo locale, ma ha dimenticato di chiudere la porta. E al suo rientro, il mattino seguente, ha fatto una curiosa scoperta. Il biglietto sul bancone recitava: «Abbiamo preso due Peroni, ecco qui i soldi». All'interno del suo bar sono entrati, non dei ladri, ma dei clienti che hanno sfruttato l'occasione, ma senza approfittarsene per non pagare. 

L'onestà dei ragazzi

Quello compiuto da tre ragazzi, che è stato ripreso anche dalle telecamere di videosorveglianza, è un gesto di estrema onestà di quelli che fanno bene al cuore. È l’altra faccia della medaglia di una generazione che spesso finisce sotto i riflettori per tristi fatti di cronaca. Ed è per questo che la titolare del bar ha voluto raccontare la sua storia. Per dimostrare come un piccolo gesto possa far sperare in un futuro migliore. 

«Dire che sono sorpresa per quello che è accaduto è poco - racconta al Corriere Adriatico la titolare del bar - perché una cosa del genere credo sia unica. Nei giorni in cui i tragici fatti accaduti in sequenza a Civitanova hanno gettato la nostra provincia nel dramma, quello che è accaduto a me va in netta controtendenza e regala speranza per un mondo migliore per tutti noi. Venerdì notte mi ero dimenticata di chiudere la porta del bar e sabato mattina la mia collega ha ritrovato il biglietto».

«Presa dalla curiosità di capire chi fosse stato, ho visto le immagini delle telecamere di sicurezza del locale. Si nota che intorno alle 4.30, tre ragazzi sono entrati nel bar e si sono diretti verso il frigo, hanno preso le birre e poi hanno lasciato accanto alla cassa i tre euro della consumazione con tanto di biglietto su cui c’era scritto 'Abbiamo preso due Peroni, ecco qui i soldi'. Da quello che si nota nel video sono addirittura usciti dal locale per prendere i soldi in macchina e poi sono rientrati. Questo gesto di onestà dimostra che ci sono anche ragazzi bravissimi. Non era affatto scontato: potevano andarsene senza pagare o danneggiare il locale. È stato soprattutto un segno di rispetto per il mio lavoro». Anca Nicoleta Scolareanu ha anche lanciato un appello affinché i tre clienti notturni si facciano vivi: «Offrirò loro un aperitivo» ha concluso.                                                                                         

giovedì 12 marzo 2020

Intanto, sento quanto sia enorme il gap tra me e il resto del mondo.


Leggevo un bel pezzo giorni fa, proprio mentre il mio presente stava mutando improvvisamente e radicalmente. “Aiuto, l’Apocalisse sta per arrivare a Roma”. A scriverlo è stata Simonetta Sciandivasci, una di quelle penne che amo e un po’ invidio, perché spesso mi fanno pensare “avrei voluto scriverlo io”.

E pure quel pezzo mi sarebbe piaciuto scriverlo qualche giorno prima che iniziasse la mia "quarantena", perché quando è arrivato sul mio pc, ero già qui, rinchiuso.

E quell’arguzia, quella capacità di trovare con leggerezza il focus della situazione, quell’analisi sensibile del privato e della comunità, non li sentivo più miei. Intendiamoci, l’articolo è superlativo e ne ho riso, anche perché da quando sto qui non faccio che condividere meme su Covid, quarantena, catastrofi e vedo solo disaster movie.

Un po’ come, mi perdonino il paragone irriverente, Falcone e Borsellino all’Asinara ridevano con barzellette sulla morte o battute sugli attentati che avrebbero potuto commettere contro di loro.

Ecco leggevo la mia brillante collega e avrei voluto invitarla a cena, ma non potevo. Perché sapesse raccontare anche quello. E mi sono reso conto che questo paese non sa parlarsi. Io, lei, altri giornalisti, attori, intellettuali abbiamo, avremmo detto più o meno le stesse cose. Io ridevo delle persone che saccheggiavano i supermercati nel penultimo week-end di febbraio. Con snobismo insopportabile. Dopo qualche giorno di quarantena, vi assicuro, non è che mi sia sentito troppo intelligente a cominciare a scongelare resti di cene risalenti al paleozoico.

Avrei voluto tanto essere in fila con loro e avere chili di viveri in avanzo, mascherine, non dover fare amuchine seguendo tutorial alla Mucciaccia o comprarle in ampolle del po da farmacisti usurai (9 euro per pochi decilitri!). No, ero troppo impegnato a ridicolizzarli sui social per andare a fare la spesa, anche una normale, non necessariamente da 1200 euro come quell’eroina all’Esselunga che ora invidio più dell’Atalanta ai quarti di Champions League.

Il Coronavirus è una livella, direbbe Totò. E a noi una livella manca. Che ci faccia sentire tutti cittadini allo stesso modo, che ci smettesse di fare la guerra tra poveri. L’ingenuo paranoico che dopo il secondo DPCM corre al Carrefour (tre giocatori del Napoli compresi) aperto 24 ore su 24 non è il mio nemico, né il mio bersaglio, ma uno che ha i miei stessi diritti e doveri.

Non è uno da deridere, ma da capire. Il problema è che non sappiamo più parlarci, osservarci, senza giudicarci immaginando già le condivisioni che avremo dalla nostra sapida battuta contro il povero cristo di turno. Non sto facendo il buonista, quello che corre a prendere il treno per tornare al paese o assalta il supermercato non è che si sforzi di capire me. Per questo votiamo partiti diversi, facciamo vite differenti, diamo diverso valore alle cose. Ma se ci sforzassimo di sentirci parte di una comunità, ora sarebbe diverso. Ora, forse, non avremmo permesso a governi di ogni colore di regionalizzare la Sanità e vedere crollare dal 1980 il numero di posti di terapia intensiva. Perché allora c’era la questione morale e di onestàh manco a parlarne, però quel sistema sanitario nazionale che massacriamo e che ora ci sta salvando il culo, lo hanno demolito perché nel frattempo noi cercavamo nemici immaginari altrove. E ci toglievano lavoro, sanità, soldi per l’istruzione (e quindi ricerca e ricercatori che ora ci sarebbero utili, sebbene rimaniamo tra i migliori come dimostrano le tre dottoresse dello Spallanzani che hanno isolato il virus a tempi di record: una di loro da precaria è diventata a tempo indeterminato, un miracolo che in Italia riesci a meritarti solo se sei in odore di Nobel, come ha fatto notare su Facebook il prof. Andrea Minuz).


Nel 1980 i posti per casi acuti erano 922 ogni 100.000 abitanti, oggi sono 275, solo nel 2000 erano ancora il doppio. Ora i respiratori li compriamo in Cina, facciamo appalti, li andiamo a prendere nelle aziende con l’esercito. Li avevamo già, li abbiamo polverizzati.

Ho visto troppe volte il meme o la battuta sul fatto che i nostri nonni presero il fucile e andarono sui monti a fare la Resistenza e a noi chiedono solo di rimanere sul divano davanti a Netflix. Bello, esilarante. Ma a me piacerebbe combattere questo nemico, uscire, aiutare. E invece no. Devo stare qui. Avere paura. Ed è dura, più di quanto si creda. Magari hai un figlio piccolo che non può giocare con uno dei genitori e non capisce. Anzi sì, capisce eccome. E lo vedi diventare grande, quando sorride e cerca di far ridere te, che ti senti in colpa perché qualcuno è stato irresponsabile con te e pure perché tu, invece, sei responsabile e non esci con lui a giocare. La guerra di trincea ha fatto vittime anche perché era alienante, ma questo in un meme non funziona.

Ecco, mi piacerebbe ci parlassimo, tutti. Raccontaste cosa fate e perché in questi giorni, cosa provate. Io proverò a farlo in questi giorni e settimane, perché questa pandemia sta riscrivendo in parte la mia grammatica emotiva, sentimentale, politica, sociale. E da “orso” mi rendo conto che ci manca, a me per primo, il confronto. Non mi pesa non dare baci, abbracci, strette di mano. Mai amato quanto fossero inflazionati questi gesti e sempre avuto problemi col contatto fisico con gli estranei. Ma ho scoperto che non sopporto il fatto che tutti stiamo lì a fare i giudici di X factor con le vite degli altri. E che non sappiamo più cosa sia l’empatia. Vedo la paura nelle parole che mi dite al telefono o scrivete.

Ora siamo noi quelli di cui hanno paura, “che portano le malattie”. Lo vedo persino in chi mi sta vicino che farà un’enorme fatica a invitarmi a cena nei prossimi mesi (per la mia sociopatia è una festa), a starmi vicino con serenità, a lavorare nella stessa stanza. Ora gli altri siamo noi. Ricordiamocela bene questa sensazione. Perché così una crisi, un’epidemia potrebbero diventare una seconda possibilità. Quella di diventare, anzi tornare ad esseri umani. O di precipitare definitivamente laddove eravamo già diretti. Verso il fondo, e poi ancora più giù.

lunedì 15 maggio 2017

Belen Rodriguez: "Borriello mi metteva sempre alla porta. I miei uomini? Sono stati solo 10"

Gli amori, la chirurgia, la carriera. Belen si è confessata su u 'Chi', in edicola da mercoledì 19 aprile, in una divertente chiacchierata con Simona Ventura , con cui la vedremo a maggio su Canale 5 nella seconda edizione di 'Selfie'.  La conduttrice ricorda quando Belen fece il provino come concorrente per l’Isola dei famosi, nel 2008. "Mi hai detto: 'Vorrei fare l’Isola per prendere una piccola casa in affitto visto che il mio fidanzato (Marco Borriello, ndr) ogni volta che litighiamo mi vuole mettere le valigie fuori dalla porta'", dice Simona. "Finivo sempre a fare il giro dell’isolato con la mia macchina comprata a rate", conferma Belen, "vedi come sono cambiata, ora sono io che mando via la gente...scherzo! (ride, ndr)".  Belen ritroverà nel programma, seppure a distanza (lui sarà in studio, lei in esterna), il suo ex marito, Stefano De Martino. La showgirl spiega, così, perché ha impiegato tanto ad accettare la proposta della Ventura: "Spesso mi hanno accusata di voler vivere di gossip e così ho pensato: 'Non voglio ricominciare questo teatrino', anche perché stiamo facendo un bel lavoro e non deve essere coperto dalle chiacchiere".  E poi rivela alla Ventura: "Sai quanti uomini ho avuto nella vita? Dieci. Sono pochi rispetto ai 'no' che ho detto (...) In realtà ho avuto solo quattro fidanzati, siamo sotto la media. Pensa che sono andata in discoteca per la prima volta a 17 anni e ho fatto l’amore a 18!".  'Selfie' aiuta le persone a migliorare il proprio aspetto, per questo è stata chiamata Belen. "Ho sempre goduto nel vedere le donne diventare più belle, e vale anche per gli uomini", dice la Rodriguez. "Ogni volta li faccio diventare più fighi, guarda le foto dei miei ex prima e dopo che sono stati con me, ho lasciato loro in eredità la grande bellezza".  Belen parla anche del proprio rapporto con la chirurgia estetica. "Pensano tutti che sia rifatta da capo a piedi! Confesso che ho fatto qualche punturina in viso ma sono arrivata alla conclusione di non fare più niente. A 21 anni ho rifatto il seno perché ero nel mondo dello spettacolo e mi sentivo insicura, ma se tornassi indietro non lo rifarei. La chirurgia deve puntare all’armonia, alla sottrazione, ma lo capisci con l’età e con gli errori".  Belen, infine, chiarisce la definizione di 'Bonnie e Clyde' che Fabrizio Corona ha usato per definire la coppia ai tempi della loro relazione, quando lui avrebbe iniziato a guadagnare montagne di soldi in nero. "Quella definizione ci è stata data dalla stampa almeno cento volte quando stavamo insieme e non è che andassimo a rapinare le banche, è che lui deve dimostrare che quando stava con me era una macchina da soldi".

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