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giovedì 2 settembre 2021

Esce dal Mc Donald's e crolla sull'asfalto: 16enne lotta tra la vita e la morte

Appena uscito dal McDonald's di Spinea (Venezia) con un sacchetto di patatine e una bibita in mano, era salito di nuovo sul suo skateboard. Era da solo, a 16 anni, in una mattinata come tante che di colpo, attorno a mezzogiorno, poteva trasformarsi in una tragedia senza fine. 

Alcuni metri percorsi con lo skate sul marciapiede di via Palladio, un quartiere residenziale di Spinea, e poi la caduta a terra. Arresto cardiaco, il referto dei medici del Suem che sono intervenuti chiamati da alcuni passanti e che l’hanno portato all'ospedale di Mirano. Lo rivela Il Gazzettino.

Ora è ricoverato in terapia intensiva. Il giovane residente a Chirignago lotta tra la vita e la morte. La prognosi è riservata. La situazione è ancor più drammatica per il fatto che il 16enne sarebbe rimasto alcuni istanti senza ossigeno.

lunedì 31 maggio 2021

Mike Bongiorno, la moglie choc: «Mio figlio sulla funivia mezz'ora prima della strage. Il papà gli ha salvato la vita»

Daniela Zuccoli, la moglie di Mike Bongiorno e il racconto struggente sul figlio scampato alla strage del Mottarone. La vedova del leggendario conduttore tv, scomparso nel settembre del 2009 all’età di 85 anni, ha raccontato in un’intervista a Repubblica che il figlio Michele, nato proprio dall’unione con Mike, avrebbe potuto trovarsi a bordo di quella cabina precipitata lo scorso 23 maggio, ed essere coinvolto nell’incidente che ha visto la morte di 14 persone.

Daniela, 71 anni appena compiuti, ha detto che «Miki ha preso la funivia di Stresa mezz’ora prima che precipitasse la stessa cabina sulla quale era salito». Secondo la donna, a salvare il figlio è stato proprio Mike, da lassù: «Non posso non pensare che Mike lo abbia custodito - le sue parole - Se parlo con Mike come fosse ancora in vita? Non proprio. Non ci sono medium o fantasmi, coltivo una spiritualità di tipo cattolico».

Daniela Zuccoli e Mike Bongiorno in una foto del 2003 (Lapresse)

«Mike è presente con la sua energia intorno a me - continua - avverto come una tensione che si manifesta in due modi: la prima fa male, è la sensazione dei rari abbandoni. La seconda rilassa e commuove, significa che Mike mi approva». «La verità - dice ancora Daniela a Repubblica - è che nessuno muore davvero. Diventiamo universo, ci trasformiamo in energia e questa energia si tramuta in un corpo un numero indefinito di altre volte, finché non ci ripuliamo fino in fondo».

mercoledì 26 maggio 2021

Ciao Darwin, parla l'uomo rimasto paralizzato: «La mia vita distrutta da un gioco, non mi hanno detto nulla»

«La mia vita distrutta da un gioco». Parla così Gabriele Marchetti, l'uomo rimasto paralizzato dopo Ciao Darwin. Il 56enne è diventato tetraplegico dopo aver partecipato alla trasmissione condotta da Paolo Bonolis ed essere scivolato sui rulli della sfida "genodrome". I fatti risalgono al 2019 e ora quattro persone rischiano il processo.  Marchetti avrebbe spiegato agli inquirenti di aver svolto una prova senza essere stato addestrato né avvisato dei rischi che avrebbe corso. 

Ciao Darwin, parla l'uomo rimasto paralizzato

Quel gioco ha distrutto la sua vita e quella della sua famiglia. L'uomo si è dovuto sottoporre a diverse operazioni per evitare di restare intubato, ma ora dipende da infermieri e familiari. Quattro persone rischiano il processo con l'accusa di lesioni personali gravissime. Si tratta di rappresentati della società Rti, produttrice della trasmissione di Canale 5, il titolare della società produttrice dell'attrezzatura utilizzata per il gioco e la titolare della società che doveva selezionare i concorrenti del programma.

Ciao Darwin, l'incidente

La prova  "genodrome"  prevede di saltare da un rullo all’altro, ma la struttura è scivolosa e la sfida più ardua. Marchetti ha saltato, ma è scivolato e ha perso l'equilibrio finendo sul fondo della vasca. Sembra che non sia stato messo al corrente dei pericoli del gioco e non sarebbe stato neanche istruito. Tra i capi d'accusa ci sono infatti il non aver valutato i rischi e il non aver fornito uno specifico addestramento.

lunedì 5 aprile 2021

Fabrizio Corona, paura suicidio. Su Instagram scrive: «Pronto a sacrificare la vita»

Fabrizio Corona torna, nel giorno di Pasqua, a far parlare del suo caso. «Se sei assolutamente convinto della tua ragione, ripeto, se sei assolutamente convinto della tua ragione e di aver subito una grave ingiustizia lotta pronto anche a sacrificare la tua vita. Servirà per qualcuno, servirà, e qualcuno capirà» È il post a corredo di una foto di Fabrizio Corona, a torso nudo, apparso poche ore fa, sul suo profilo ufficiale Instagram, gestito dai suoi collaboratori. 

Una scritta sibillina, ma piena di significato, soprattutto dopo i gesti autolesionisti che si è inflitto, le settimane scorse, dopo aver saputo della revoca degli arresti domiciliari. Gesti contro sé stesso per i quali è stato ricoverato nel reparto Psichiatria del Niguarda. È stato poi traferito al carcere di Monza dovrà scontare circa 3 anni di reclusione residuo.

«Pronto anche a sacrificare la tua vita», ora scrive: quasi a intendere che è pronto a tutto, anche a togliersi la vita. È la paura della madre Gabriella, che si sta battendo per lui: «Mio figlio è malato, non può stare in carcere, andrà a morire», continua a ripetere. Anche le parole dello psichiatra, criminologo Alessandro Meluzzi, alcuni giorni fa, fanno temere: «Il problema di Fabrizio Corona è clinico. La sua storia clinica non è mai stata sufficientemente approfondita. Se qualcuno non si occuperà di lui rischia molto, di morire, di suicidarsi».

lunedì 22 marzo 2021

Isola dei Famosi 2021, Bianca Gascoigne la figlia di Paul: «Il reality cambierà la sua vita, è un boy scout eccezionale»

 A “Live Non è La D'Urso” Bianca Gascoigne , figlia dell'ex calciatore e naufrago sull'isola dei Famosi 2021, Paul Gascoigne. Bianca Gascoigne ha parlato dell'esperienza in Honduras del padre: “Cambierà la sua vita, è un boy scout eccezionale”.

Bianca Gascoigne, figlia dell'asso del calcio inglese e attuale naufrago sull'Isola dei Famosi 2021 Paul Gascoigne, a 35 anni ha già una lunga carriera alle spalle: ha vinto il reality “Love Island”, tentato l'audizione a “XFactor”, preso parte alla versione inglese del “Grande Fratello”, si è affermata come influencer e, non contenta, ha aperto uno strip club in Inghilterra.

Bianca Gascoigne è più che positiva sull'esperienza che vivrà il padre sull'Isola dei Famosi 2021: “Sono felice della sua partecipazione al reality – ha spiegato in collegamento video a “Live Non è La D'Urso” - Cambierà la sua vita, sono tanti giorni ma nel suo cuore è un boy scout, pieno di energie. E' eccezionale nel pescare. Si divertirà e divertirà gli altri”.

Il rapporto fra padre e figlia è buono ed è migliorato col tempo: “Io e mio padre amiamo divertirci, ridere e senz'altro siamo più amici ora che in passato. Gli ho mandato un messaggio quando ho scoperto che stava per partecipare all'Isola dei Famosi 2021, ma era già impegnato e poi c'è stato il problema del Covid. Comunque, ci vedremo al più presto”.

giovedì 12 marzo 2020

Intanto, sento quanto sia enorme il gap tra me e il resto del mondo.


Leggevo un bel pezzo giorni fa, proprio mentre il mio presente stava mutando improvvisamente e radicalmente. “Aiuto, l’Apocalisse sta per arrivare a Roma”. A scriverlo è stata Simonetta Sciandivasci, una di quelle penne che amo e un po’ invidio, perché spesso mi fanno pensare “avrei voluto scriverlo io”.

E pure quel pezzo mi sarebbe piaciuto scriverlo qualche giorno prima che iniziasse la mia "quarantena", perché quando è arrivato sul mio pc, ero già qui, rinchiuso.

E quell’arguzia, quella capacità di trovare con leggerezza il focus della situazione, quell’analisi sensibile del privato e della comunità, non li sentivo più miei. Intendiamoci, l’articolo è superlativo e ne ho riso, anche perché da quando sto qui non faccio che condividere meme su Covid, quarantena, catastrofi e vedo solo disaster movie.

Un po’ come, mi perdonino il paragone irriverente, Falcone e Borsellino all’Asinara ridevano con barzellette sulla morte o battute sugli attentati che avrebbero potuto commettere contro di loro.

Ecco leggevo la mia brillante collega e avrei voluto invitarla a cena, ma non potevo. Perché sapesse raccontare anche quello. E mi sono reso conto che questo paese non sa parlarsi. Io, lei, altri giornalisti, attori, intellettuali abbiamo, avremmo detto più o meno le stesse cose. Io ridevo delle persone che saccheggiavano i supermercati nel penultimo week-end di febbraio. Con snobismo insopportabile. Dopo qualche giorno di quarantena, vi assicuro, non è che mi sia sentito troppo intelligente a cominciare a scongelare resti di cene risalenti al paleozoico.

Avrei voluto tanto essere in fila con loro e avere chili di viveri in avanzo, mascherine, non dover fare amuchine seguendo tutorial alla Mucciaccia o comprarle in ampolle del po da farmacisti usurai (9 euro per pochi decilitri!). No, ero troppo impegnato a ridicolizzarli sui social per andare a fare la spesa, anche una normale, non necessariamente da 1200 euro come quell’eroina all’Esselunga che ora invidio più dell’Atalanta ai quarti di Champions League.

Il Coronavirus è una livella, direbbe Totò. E a noi una livella manca. Che ci faccia sentire tutti cittadini allo stesso modo, che ci smettesse di fare la guerra tra poveri. L’ingenuo paranoico che dopo il secondo DPCM corre al Carrefour (tre giocatori del Napoli compresi) aperto 24 ore su 24 non è il mio nemico, né il mio bersaglio, ma uno che ha i miei stessi diritti e doveri.

Non è uno da deridere, ma da capire. Il problema è che non sappiamo più parlarci, osservarci, senza giudicarci immaginando già le condivisioni che avremo dalla nostra sapida battuta contro il povero cristo di turno. Non sto facendo il buonista, quello che corre a prendere il treno per tornare al paese o assalta il supermercato non è che si sforzi di capire me. Per questo votiamo partiti diversi, facciamo vite differenti, diamo diverso valore alle cose. Ma se ci sforzassimo di sentirci parte di una comunità, ora sarebbe diverso. Ora, forse, non avremmo permesso a governi di ogni colore di regionalizzare la Sanità e vedere crollare dal 1980 il numero di posti di terapia intensiva. Perché allora c’era la questione morale e di onestàh manco a parlarne, però quel sistema sanitario nazionale che massacriamo e che ora ci sta salvando il culo, lo hanno demolito perché nel frattempo noi cercavamo nemici immaginari altrove. E ci toglievano lavoro, sanità, soldi per l’istruzione (e quindi ricerca e ricercatori che ora ci sarebbero utili, sebbene rimaniamo tra i migliori come dimostrano le tre dottoresse dello Spallanzani che hanno isolato il virus a tempi di record: una di loro da precaria è diventata a tempo indeterminato, un miracolo che in Italia riesci a meritarti solo se sei in odore di Nobel, come ha fatto notare su Facebook il prof. Andrea Minuz).


Nel 1980 i posti per casi acuti erano 922 ogni 100.000 abitanti, oggi sono 275, solo nel 2000 erano ancora il doppio. Ora i respiratori li compriamo in Cina, facciamo appalti, li andiamo a prendere nelle aziende con l’esercito. Li avevamo già, li abbiamo polverizzati.

Ho visto troppe volte il meme o la battuta sul fatto che i nostri nonni presero il fucile e andarono sui monti a fare la Resistenza e a noi chiedono solo di rimanere sul divano davanti a Netflix. Bello, esilarante. Ma a me piacerebbe combattere questo nemico, uscire, aiutare. E invece no. Devo stare qui. Avere paura. Ed è dura, più di quanto si creda. Magari hai un figlio piccolo che non può giocare con uno dei genitori e non capisce. Anzi sì, capisce eccome. E lo vedi diventare grande, quando sorride e cerca di far ridere te, che ti senti in colpa perché qualcuno è stato irresponsabile con te e pure perché tu, invece, sei responsabile e non esci con lui a giocare. La guerra di trincea ha fatto vittime anche perché era alienante, ma questo in un meme non funziona.

Ecco, mi piacerebbe ci parlassimo, tutti. Raccontaste cosa fate e perché in questi giorni, cosa provate. Io proverò a farlo in questi giorni e settimane, perché questa pandemia sta riscrivendo in parte la mia grammatica emotiva, sentimentale, politica, sociale. E da “orso” mi rendo conto che ci manca, a me per primo, il confronto. Non mi pesa non dare baci, abbracci, strette di mano. Mai amato quanto fossero inflazionati questi gesti e sempre avuto problemi col contatto fisico con gli estranei. Ma ho scoperto che non sopporto il fatto che tutti stiamo lì a fare i giudici di X factor con le vite degli altri. E che non sappiamo più cosa sia l’empatia. Vedo la paura nelle parole che mi dite al telefono o scrivete.

Ora siamo noi quelli di cui hanno paura, “che portano le malattie”. Lo vedo persino in chi mi sta vicino che farà un’enorme fatica a invitarmi a cena nei prossimi mesi (per la mia sociopatia è una festa), a starmi vicino con serenità, a lavorare nella stessa stanza. Ora gli altri siamo noi. Ricordiamocela bene questa sensazione. Perché così una crisi, un’epidemia potrebbero diventare una seconda possibilità. Quella di diventare, anzi tornare ad esseri umani. O di precipitare definitivamente laddove eravamo già diretti. Verso il fondo, e poi ancora più giù.

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